Lavorare in modo felice e motivato migliora la produttività e la salute

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  • 30 agosto 2018

È vero che la felicità e la produttività sono collegate?

Non è un segreto: più aumenta la felicità dei dipendenti, più aumentano le loro prestazioni.
Ma qual è la strategia che gli studi professionali possono mettere in atto per dare un’impennata alle performance dei lavoratori?

Una risposta semplice si chiama work/life balance. Strutturare l’attività lavorativa in maniera tale da non richiedere continuamente straordinari e da promuovere un corretto equilibro tra vita e lavoro: non è propriamente un benefit, ma è uno dei fattori più importanti nella vita professionale e nel grado di engagement di un dipendente.

Perché sono arrivata alla conclusione che la felicità sia qualcosa di serio?

Nel contesto dell’ambiente di lavoro, quando parliamo di felicità, ci riferiamo alle stesse cose che consideriamo quando pensiamo di costruire un ambiente di lavoro eccellente o di aumentare il coinvolgimento dei dipendenti. Certamente, il concetto potrebbe essere totalmente nuovo per alcuni, e forse parlare di ” felicità del collaboratore” può apparire un obiettivo non significativo.

Lascia che ti spieghi alcuni principi da non sottovalutare:

Le persone sono più felici quando hanno la possibilità di imparare e sono contente di svolgere il loro lavoro quando sperimentano continue opportunità di crescita. Molte di queste persone sono anche più soddisfatte quando sanno che la loro crescita li sta aiutando a fare la carriera desiderata.

Libertà di avere una vita privata: i collaboratori sono persone e non dimentichiamoci che la serenità di una vita privata appagata nella gestione delle priorità (festa di compleanno del figlio, spazi dedicati alle attività extra-lavoro) migliora l’equilibrio psichico del lavoratore che arriva sul posto di lavoro con energie fresche e positive.

L’ascolto attivo: il sapere che il titolare dello studio ascolta, o anche di più, promuove idee e opinioni dei dipendenti, rende questi ultimi più felici sul lavoro.

Una ripartizione giusta: stipendi più elevati e ricchi bonus non creano magicamente lavoratori più felici. Ad ogni modo, i collaboratori devono sentire di ricevere un riconoscimento equo e avere la garanzia di potere soddisfare le rispettive esigenze personali di base. Se i vostri dipendenti sono preoccupati del loro futuro produrranno meno.

Permettere ai collaboratori di mettersi alla prova e fargli assumere diverse responsabilità, in tal modo li renderete più capaci e interessati, anziché rassegnati alle loro mansioni.

Mantenere il team informato sulle decisioni dello studio perché ciò li aiuterà a “sentirsi parte” di un progetto.

Dire la verità (anche le brutte notizie) ai dipendenti, che sono adulti e vanno trattati come tali.
Il capo deve diventare un leader e deve agire con i suoi collaboratori con coerenza (non è un rapporto tra pari).

Sono gli stessi lavoratori a determinare il loro engagement?

Come ci comportiamo con chi non progredisce?

Partendo dal presupposto che engagement sul lavoro significa iniziare la giornata con uno scopo e terminarla con un senso di soddisfazione, emerge sempre più come i dipendenti più impegnati siano anche quelli più produttivi e più “sani”.

La miglior strategia per sviluppare un’attitudine al benessere nello studio è selezionare le persone di cui ti circondi.

Come ho evidenziato in precedenza, il titolare ha il dovere di aiutare i propri collaboratori a progredire a livello professionale, a sviluppare quelle qualità e capacità che sono importanti per loro, ma è altrettanto importante sottolineare che nonostante gli sforzi compiuti dai titolari per fidelizzare i talenti, sono gli stessi lavoratori a determinare il loro engagement.

Se è vero che non esiste un luogo di lavoro immune da stress e momenti difficili, a fare la differenza è sempre la capacità da parte dei dipendenti di affrontarli con spirito positivo, diventando assoluti protagonisti del proprio percorso e responsabili del proprio successo professionale.

L’obiettivo è quello di far diventare autonomi i propri collaboratori, questa strategia è un modo per attrarre e mantenere solo certi tipi di persone e non i lazzaroni che “timbrano il cartellino” ogni giorno disinteressandosi del bene dello studio. Non c’è dubbio che gli impiegati sono più felici quando sono messi di fronte ad obiettivi concreti, chiari, ma hanno anche la libertà di scegliere come raggiungerli.

In questo modo il collaboratore svogliato non potrebbe sopravvivere perché non sarebbe in grado di reggere il ritmo che una persona motivata e coinvolta è in grado di sostenere.

E come si fa con quei collaboratori che lavorano da molti anni e che non sono più propositivi, al contrario si lamentano per ogni cosa? Come dice il mio mentore Mario Alberto Catarozzo, hai due modi per affrontare il problema, se usi il cuore rosso (quello dei sentimenti) divieni consapevole che hai “adottato” un collaboratore e metti il cuore in pace; se usi il cuore verde (quello che ragiona con i risultati del business) impieghi le tue energie per sensibilizzare i collaboratori ad adottare una nuova mentalità e formarli nella direzione di migliorarsi e migliorare le performance perché tutti traggano vantaggio dalla propria crescita personale e professionale: niente scuse, solo soluzioni!

Come il nostro grado di felicità incide sulla nostra salute

Quello che hanno concluso gli studiosi è che forme di stato d’animo positive che si protraggono nel tempo fanno bene alla nostra salute. Le persone più felici tendono ad avere un sistema immunitario più efficiente e livelli di cortisolo (causa di stress) più bassi. Se vengono esposti ai virus dell’influenza è meno probabile che si ammalino e se vengono operati si riprendono in un tempo minore rispetto agli altri.

Conclusioni

Insomma, avere un ambiente di lavoro positivo conviene a tutti: datore di lavoro, lavoratori, sistema produttivo nel suo complesso, clienti. Maggiori performance, maggiori soddisfazioni, migliori risultati, miglior servizio: è così che si attivano processi virtuosi nel mondo del lavoro.
Prendersi cura dei propri collaboratori è fondamentale per creare un buon ambiente di lavoro, sia dal punto di vista umano che in ottica business.
Non dimentichiamoci che il primo passo per attivare tutto questo sta nella selezione dei collaboratori: prima di impegnarvi e puntare su un collaboratore facendogli fare corsi, facendogli tutoring, spendendo tempo a coinvolgerlo, verificate che il collaboratore che state assumendo sia quello giusto, sia dal punto di vista di competenze, sia dal punto di vista della motivazione.

Non limitatevi a scegliere persone brave, scegliete persone motivate, che vogliono lavorare con voi, che credono in ciò che stanno facendo e che vi daranno il meglio.
Per i collaboratori già di vecchia data, invece, è arrivato il momento di fare il punto della situazione, di rinnovare la motivazione e rinfrescare la relazione, in modo che le abitudini (soprattutto le cattive abitudini) siano sostituite da nuovi approcci, più positivi e soprattutto più in linea con le nuove esigenze e le nuove dinamiche del mercato.

Il datore di lavoro non è e non deve diventare il “buon samaritano” che porta sulle proprie spalle il peso della struttura che ha creato.
Il datore di lavoro è la punta dell’iceberg, ma perché tutto funzioni al meglio e lui possa garantisce alti standard di qualità di vita alle persone che lavorano con lui tutti devono fare la propria parte ottimamente.

 

 

Silvia Cusmai – Trainer